
Attacco USA e Israele in Iran e crisi della diplomazia: cosa resta di METO, il trattato per abolire le armi di distruzione di massa in Medio Oriente
Il nuovo attacco di USA e Israele in Iran è l’ennesima picconata all’ONU, al diritto internazionale, alla diplomazia e al trattato anti nucleare METO.
di Cecilia Capanna
L’attacco sferrato stamattina dagli Stati Uniti di Trump e da Israele di Netanyahu in Iran, motivato con l’accusa dello sviluppo di capacità nucleari, è l’ennesima crepa a quell’edificio per la pace globale che pone le sue fondamenta nel multilateralismo, nella diplomazia e nel diritto internazionale.
Se già il Medio Oriente è sull’orlo di un’escalation a partire dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e della violentissima e sproporzionata risposta di Israele a Gaza, l’intervento USA di stamattina, il secondo dopo quello dello scorso giugno 2025, dà il colpo di grazia ai labili equilibri che faticosamente arginano l’esplosione di un conflitto allargato in Medio Oriente.
Le operazioni militari in Iran ora occupano il centro della scena, distogliendo l’attenzione dal coinvolgimento di troppi VIP internazionali negli Epstein files, e assicurano il danno collaterale agli approvigionamenti di energia fossile della Cina, secondo passo della strategia di Trump dopo il suo intervento in Venezuela lo scorso gennaio 2026.
Ma quello che c’è veramente da chiedersi ora è cosa accade ai processi multilaterali costruiti negli anni proprio per impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa nella regione. Perché un percorso, in realtà, esisteva. E non era marginale.
Al centro di quel lavoro c’era – e c’è – METO (Middle East Treaty Organization), iniziativa della società civile che da anni promuove un trattato per la creazione di una zona libera da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa in Medio Oriente, portato ogni anno davanti all’ONU nell’ambito della Conferenza dedicata alla “Middle East WMD Free Zone”.
Il trattato per una zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente
Dal 2019, su mandato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si riunisce ogni anno la Conferenza per l’istituzione di una zona in Medio Oriente libera da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa.
L’obiettivo è chiaro: un trattato giuridicamente vincolante, verificabile, che impedisca lo sviluppo, il possesso e l’uso di armi nucleari, chimiche e biologiche nella regione. Per anni si è lavorato lungo un percorso lento, complesso, tecnico. Un processo che ha visto coinvolti diplomatici, giuristi internazionali, esperti di disarmo e attivisti per la pace.
A queste sessioni hanno preso parte quasi tutti i delegati mondiali. Ogni anno, tuttavia, le stesse due poltrone sono sempre rimaste vuote: quelle degli Stati Uniti e di Israele. Due Paesi che, secondo analisi e dichiarazioni pubbliche ampiamente note nella comunità internazionale, dispongono di arsenali nucleari o di capacità nucleari avanzate mentre si professano difensori della pace. Un dato politico che ha pesato sul processo di perfezionamento del trattato, ma non lo ha fermato.
METO: diplomazia anti nucleare dal basso
Parallelamente al percorso istituzionale ONU, METO ha lavorato alla redazione di bozze di trattato, alla facilitazione del dialogo tra esperti israeliani, iraniani e arabi, alla costruzione di uno spazio di confronto tecnico fuori dai riflettori della propaganda.
Tra i promotori di METO c’è Sharon Dolev, attivista israeliana per il disarmo, e Emad Kiyaei, iraniano. Già il fatto che israeliani e iraniani, tra gli altri, collaborino allo stesso progetto rappresenta un segnale politico potente: la pace non è un gesto simbolico, ma un processo tecnico, multilivello, fatto di compromessi, verifiche, architetture giuridiche.
Li avevo intervistati insieme lo scorso giugno 2025, appena dopo la notizia del primo attacco USA in Iran. Nei loro occhi e nelle loro parole infinita tristezza, rabbia, frustrazione ma ancora un barlume di speranza che voglio credere ci sia ancora dopo l’attacco di oggi.

USA e Israele attaccano Iran ma METO resiste: non ci fermiamo
Queste le parole di Sharon Dolev:
“Appena ho appreso la notizia per cinque minuti non sono riuscita a respirare. Una sensazione devastante. In un certo senso è stato assistere alla morte della diplomazia, delle soluzioni pacifiche, la morte del dialogo, della fiducia negli Stati Uniti.
Eravamo nel mezzo dei negoziati quando è iniziato tutto. Un accordo già in fase di elaborazione è stato infranto dagli Stati Uniti. Finalmente stavamo avviando nuovi negoziati e loro aprono una guerra in Iran?
Se già ero distrutta per il conflitto che va avanti da molti anni tra Israele e Palestina, che poi si è intensificato dal 7 ottobre 2023, è stato assurdo vedere metterlo da parte improvvisamente come se non fosse importante. Così tante morti, così tanta sofferenza sia per i palestinesi sia per gli israeliani, e tutto questo è stato accantonato da questi grandi discorsi da uomini potenti: iniziamo una guerra contro l’Iran.
Ma il dolore e la disperazione non sono un’opzione. È normale provarli per dieci minuti, per qualche ora. Poi sta a noi, immediatamente o appena possibile, ricordare che tutte le guerre finiscono con un accordo finale, con la diplomazia.
Non abbiamo il potere di fermare tutto questo, anche se ogni cellula del mio corpo vorrebbe gridare “basta!”. Ma possiamo comunque continuare ad andare avanti, non fermarci, impegnarci di più. Abbiamo una responsabilità, e anche se è una sensazione di fallimento terribile, dobbiamo chiederci: dove non abbiamo fatto abbastanza?. E ricominciare”.
L’escalation dopo l’attacco USA e Israele in Iran e il rischio di azioni unilaterali
L’attacco militare di questa mattina degli Stati Uniti di Trump e Israele di Netanyahu contro l’Iran riapre il nodo centrale degli accadimenti geopolitici degli ultimi anni: quale spazio resta alla diplomazia quando si ricorre a decisioni unilaterali?
Il diritto internazionale contemporaneo nasce dopo la Seconda guerra mondiale proprio per evitare che singoli Stati decidano autonomamente chi colpire, quando e con quali motivazioni. La Carta delle Nazioni Unite, firmata nel 1945, fu pensata per “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”.
Seppure il sistema multilaterale non sia perfetto, l’ONU abbia le sue evidenti criticità e abbia dimostrato di non essere in grado di prevenire conflitti, resta l’unico foro globale in cui le controversie possono essere affrontate secondo regole condivise.
Azioni arbitrarie o preventive, soprattutto in ambiti delicati come la proliferazione nucleare, rischiano di indebolire ulteriormente l’architettura giuridica costruita in decenni di lavoro da giuristi e diplomatici. Esiste la necessità urgente di una riforma delle Nazioni Unite e sempre più spesso il Palazzo di vetro viene scalzato dai vari G7, G8 e via dicendo, ma vale la pena buttare tanto lavoro condiviso all’aria?
La crisi della diplomazia e del multilateralismo
Il lavoro di METO dimostrava che esiste, sia a livello tecnico che a partire dalla società civile, una strada alternativa. Costruire fiducia, creare meccanismi di verifica, rendere la sicurezza un bene collettivo e non un’arma di deterrenza unilaterale.
Quando un processo multilaterale viene scavalcato dalla forza, non si interrompe soltanto una trattativa, si manda un segnale al mondo intero sul valore delle regole comuni. Inoltre, la questione non è solo geopolitica. È generazionale.
Quando i padri fondatori dell’ONU scrissero la Carta, lo fecero pensando alle generazioni a venire. Gli orrori della Seconda Guerra mondiale non si sarebbero dovuti ripetere mai più, nessuno li avrebbe dovuti più vivere. Possiamo dire che i leader mondiali di oggi agiscano nella stessa prospettiva? Le decisioni attuali stanno costruendo un mondo più sicuro o piuttosto stanno normalizzando la violazione del diritto internazionale e dei diritti umani?
Il diritto internazionale e il sistema multilaterale ad oggi rappresentano ancora l’architrave della pace globale. Se quella struttura crolla, quale ordine sostituirà quello basato su regole condivise?
Escalation in Medio Oriente: cosa c’entra l’Italia
A sottolineare che le iniziative arbitrarie di singoli paesi non portano a nulla di buono, l’attacco USA e Israele in Iran ha scatenato una violentissima reazione da parte dell’Iran e un’escalation del conflitto per ora solo a livello regionale in Medio Oriente.
Gli obiettivi colpiti ad oggi sono:
- Base della Quinta Flotta degli Stati Uniti a Bahrain – sede della principale presenza navale USA nel Golfo.
- al‑Udeid Air Base (Qatar) – importante base aerea statunitense.
- Ali al‑Salem Air Base (Kuwait) – base con personale e asset USA.
- al‑Dhafra Air Base (Emirati Arabi Uniti) – sede di unità USA e alleate.
- Prince Sultan Air Base (Arabia Saudita) – struttura militare con presenza alleata.
- **Base militare statunitense a Erbil (nord Iraq) – vicino all’aeroporto di Erbil, usata da forze USA/coalizione.
- Muwaffaq Salti Air Base (Giordania) – base con personale USA e alleato.
In generale, l’Iran ha dichiarato che tutti gli “obiettivi militari statunitensi e israeliani nel Medio Oriente” sono diventati bersagli legittimi, e ha lanciato missili e droni contro molte di queste installazioni nel Golfo.
Se il conflitto dovesse uscire da questo perimetro, l’Italia sarebbe uno dei paesi più a rischio. Sul nostro territorio nazionale infatti sono presenti più di 120 basi militari USA e NATO.
Il futuro della pace in Medio Oriente
Nonostante la situazione allarmante, il progetto per una zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente non è ancora morto, anche se sotto pressione. Siamo però a un bivio.
La vera questione è: la comunità internazionale sceglierà di tornare al tavolo della diplomazia o accetterà che la logica della forza prevalga su quella del diritto?
La pace è un disegno complesso, dalle mille sfumature, che richiede la cura di equilibri delicati. È fatta di negoziati silenziosi, di bozze tecniche, di compromessi difficili. Si costruisce nel tempo e purtroppo può essere distrutta in poche ore. E il futuro, quello delle nuove generazioni, dipende dalle scelte che si compiono oggi.

