
Il futuro della bellezza reale: l’impatto dell’Intelligenza Artificiale nel cinema sulle nuove generazioni
Quanti di noi finiscono un’estenuante giornata di lavoro davanti a un film su qualche piattaforma on demand? E a quanti della generazione X è già capitato di percepire qualcosa di strano, di finto, guardando un film recente? Proprio così, si tratta dell’Intelligenza artificiale nel cinema, qualcosa che in certi casi regala risultati da togliere il fiato ma che, se utilizzata per risparmiare sulle comparse o sulla fotografia, può davvero rendere le immagini piatte e scadenti, diseducandoci alla bellezza della realtà e incoraggiando il nostro subconscio ad apprezzare solo tutto ciò che è superficiale, apparentemente perfetto, senz’anima.
L’Intelligenza Artificiale nel cinema, numeri e realtà
L’Intelligenza Artificiale è oramai sempre più presente in tutti gli ambiti della vita quotidiana e il cinema non fa eccezione.
Negli ultimi anni l’uso dell’Intelligenza Artificiale nella produzione cinematografica è letteralmente esploso. Secondo un report del 2025, circa il 60% degli studi di post-produzione in tutto il mondo utilizza strumenti IA per editing, correzione colore, effetti visivi e semplificazione del lavoro. Alcune stime parlano addirittura di una riduzione del 70% nei tempi di rendering grazie all’uso dell’IA.
Un’altra analisi indica che oltre la metà delle produzioni globali (corti, film indipendenti, ma anche produzioni di medio budget) ha integrato almeno un tool IA nella propria pipeline nel 2023.
Non si parla solo di effetti spettacolari: IA viene usata per color grading, pulizia delle immagini, ritocchi digitali, generazione di ambienti o background, coordinamento di comparse digitali, doppiaggio, localizzazione e anche per generare concept preliminari o storyboard automatici.
In certi casi le produzioni ammettono esplicitamente l’uso dell’IA ma sono pochissime. Un caso raro, per esempio, è stato quello di Here. Nel 2024 infatti la produzione ha ammesso di aver utilizzato un tool di trasformazione facciale per ringiovanire gli attori. Sicuramente un passo avanti verso la trasparenza. Ma la maggior parte preferisce non dichiarare, affidandosi a quanto è tacitamente stabilito: il “good‑will” o “buon cuore”, scelte di marketing o la convinzione che “se non si vede, non è importante”.
Tuttavia, più di una voce autorevole ha messo in guardia dai rischi di un utilizzo senza criteri e regole dell’intelligenza artificiale nel cinema. È il caso per esempio dell’attore Nicholas Cage che ha dichiarato che “I robot non possono riflettere la condizione umana”.
Quando l’IA genera “perfezione digitale”: estetica, ma anche appiattimento
Il punto debole di questa digitalizzazione, invisibile, rapida, economica, riguarda la percezione estetica. Immagina una scena: un volto, una luce naturale, un paesaggio sullo schermo. Se quell’immagine viene “pulita” con IA perde la materia, perde la profondità, perde la verità delle imperfezioni.
Il risultato? Un’estetica definita “di plastica”: tutto perfetto, uniforme, livellato. Non c’è contrasto, non c’è rumore, non c’è la ricchezza sensoria di un film fatto con mani, sguardi, luce naturale.
Eppure — come riportato da studi recenti — molti spettatori non si accorgono dell’uso di IA perché l’obiettivo delle produzioni è che gli effetti “non si vedano”: “sono lì, ma non devono essere percepiti”.
Nuove generazioni e distorsione del reale: un danno che può diventare culturale
Ma i rischi non sono solo estetici: sono profondamente umani e culturali.
Da almeno un decennio, i social network diffondono modelli irreali di corpo e perfezione: filtri, ritocchi, immaginari digitali, estetiche idealizzate. Ci sono studi che segnalano un aumento dei disturbi dell’immagine corporea, dell’ansia da prestazione visiva, dell’isolamento sociale tra i giovani, con conseguenze gravi come anoressia, disturbi della personalità, ritiro dalla realtà.
La disperata ricerca di appartenere a quel mondo perfetto che non esiste porta a rifugiarsi nella realtà virtuale, “vissuta” con un visore o su uno schermo, in un mondo alternativo senza il conflitto tra chi si è e chi si vorrebbe essere. Questo è possibile nei videogames o passivamente, appunto, in una fiction.
Se a tutto questo si aggiunge un cinema che, pur raccontando mondi reali, li trasforma in plastica digitale, la percezione del “reale” si deteriora ulteriormente. La bellezza naturale di un viso segnato dal tempo, delle sfumature asimmetriche di un crepuscolo o di un paesaggio rischia di apparire “imperfetta”, quindi sgradita, quindi “da correggere”.
E se la bellezza reale viene cancellata dallo sguardo quotidiano, se le nuove generazioni non la sperimentano più, in natura, nel cinema, nella fotografia, rischiamo di perdere qualcosa: la capacità di meravigliarci, di sentire la materia come vita.
Etica, trasparenza e arte: perché il cinema deve prendersi una responsabilità
Non è una questione di demonizzare l’IA ma di porsi una domanda etica: cosa vogliamo che resti della fiction del cinema? Che tipo di immaginario trasmettiamo a chi cresce?
Per ora non esiste un organismo internazionale che controlli l’uso dell’IA nelle produzioni, non ci sono standard obbligatori, né “bollini di autenticità visiva”. Tutto si basa sulla buona volontà del produttore. Ma la fiducia non basta: serve trasparenza, codici deontologici, consapevolezza pubblica.
Il cinema, come ogni arte, ha un valore che va oltre l’intrattenimento: è memoria, immaginario collettivo, educazione dello sguardo. Se lo riduciamo a pura operazione economica o produttiva, perdiamo la sua ragione di esistere.
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